Studi
Le case
Chi ha firmato più titoli — major, indie e distributori.
La voce della Sala
In cima ci sono i sei nomi che una collezione ampia incontra per forza, e da soli dicono poco. Insieme dicono molto: riga dopo riga, dalle major alle case da una dozzina di titoli, il genere che ricorre per primo è quasi sempre lo stesso, il dramma. Anche gli studi costruiti sullo spettacolo, qui dentro, entrano dalla porta del racconto. Fa eccezione una riga sola, quella di Disney, che si presenta con The Prestige e gli Avengers.
Più giù le insegne cambiano lingua, e fanno due mestieri diversi. Cineriz, Titanus, Medusa e Fandango sono qui soprattutto per il cinema italiano che hanno prodotto, da 8½ a Gomorra. BIM, Lucky Red e Mikado sono invece porte: sotto la prima quarantacinque titoli e nemmeno un film italiano — Il favoloso mondo di Amélie, The Father — e sotto le altre Oldboy, Il castello errante di Howl, City of God. Un nome italiano su una scheda, il più delle volte, dice chi ha voluto che quel film arrivasse fin qui.
L'ultima lettura è quella delle medie: da duecento film a undici il voto quasi non si muove. Chi sta in alto non ha un metro più severo, ha tenuto aperto più a lungo. E fra i voti più alti compaiono case che occupano una striscia di tempo minima: Dear Film si ferma agli anni Sessanta, Orion sta tutta dentro un decennio, e in quel decennio ci sono Amadeus, Platoon, Il silenzio degli innocenti. Non è che scegliessero meglio — di una casa che ha chiuso arriva fin qui solo ciò che ha resistito. A24 e Netflix, le righe più giovani, quel setaccio lo stanno ancora attraversando.























































































































