Verhoeven prende un racconto di Philip K. Dick e lo trasforma in un action fantascientifico che gioca costantemente con la percezione dello spettatore: ogni scena lascia il dubbio se quello che vediamo sia reale o innestato nella mente del protagonista. Il regista olandese non rinuncia alla sua cifra visiva brutale e ironica, costruendo su Marte una colonia distopica dove violenza e oppressione politica diventano spettacolo puro.
La fotografia di Jost Vacano crea un universo sporco e claustrofobico, lontano dalla fantascienza patinata: le atmosfere oppressive della colonia marziana, i quartieri poveri dove la gente soffoca letteralmente, il contrasto con gli spazi asettici del potere. Schwarzenegger porta la sua presenza fisica al servizio di un personaggio che mette in dubbio la propria identità, mentre Sharon Stone e Michael Ironside incarnano con precisione chirurgica la minaccia e l'ambiguità.
Il film vinse l'Oscar per gli effetti speciali e rimane un esempio di come il cinema d'azione possa incorporare temi filosofici senza perdere ritmo: l'identità, la memoria come costruzione, il confine tra esperienza e simulazione. Verhoeven non dà risposte definitive e lascia aperta la possibilità che tutto sia una vacanza mentale programmata, rendendo ogni rivisione un esercizio diverso di lettura.