Fight Club arriva a metà della carriera di David Fincher come opera di pura provocazione formale: una fotografia sulfurea firmata Jeff Cronenweth che trasforma gli interni domestici in celle d'ospedale, un montaggio nevrotico che anticipa la frammentazione digitale degli anni seguenti, un sound design che fa del rumore urbano una colonna sonora dell'alienazione. Norton ed Helena Bonham Carter lavorano sul registro della nevrosi controllata, mentre Brad Pitt costruisce Tyler Durden come icona pop del nichilismo americano.
Basato sul romanzo di Chuck Palahniuk, il film coglie il disagio di fine millennio attraverso la lente dell'identità maschile in crisi: corporate boredom, consumismo compulsivo, violenza come unica forma di autenticità percepibile. La struttura narrativa gioca con l'inaffidabilità percettiva fino a un ribaltamento che costringe a rileggere ogni scena precedente.
Candidato all'Oscar per il montaggio sonoro, all'uscita fu accolto con scandalo e incomprensione, salvo diventare negli anni un oggetto di culto generazionale. Quello che resta, al di là delle letture sociologiche, è un cinema viscerale che usa il corpo come campo di battaglia e la città notturna come teatro dell'inconscio.