District 9 trasforma la fantascienza in una metafora politica tagliente, ambientando l'invasione aliena nella Johannesburg post-apartheid e trasformando i classici invasori spaziali in rifugiati relegati in baraccopoli. Neill Blomkamp costruisce il film come un falso documentario che sfuma gradualmente in thriller d'azione, mescolando interviste, filmati di sorveglianza e riprese tradizionali con una naturalezza che rende credibile l'assurdo.
Sharlto Copley, qui al suo esordio cinematografico, interpreta Wikus van der Merwe con un'umanità disturbante: burocrate mediocre e razzista inconsapevole, la cui trasformazione fisica diventa specchio di una coscienza che si risveglia troppo tardi. La scelta di girare con budget relativamente contenuto non limita gli effetti visivi — realizzati dalla Weta Workshop — che rendono le creature aliene tangibili e sorprendentemente espressive.
Nominato a quattro Oscar (miglior film, sceneggiatura, montaggio ed effetti visivi), il film dimostra che la fantascienza funziona meglio quando scava nelle ferite del presente. L'allegoria sull'apartheid non è mai didascalica, emerge dalla violenza quotidiana, dalla burocrazia dell'oppressione, dal linguaggio stesso con cui si disumanizza l'altro. Un film che usa astronavi e armi aliene per raccontare cosa succede quando separiamo il mondo in "noi" e "loro".