Tarantino abbandona per una volta la violenza iperbolica e firma una lettera d'amore al cinema degli anni Sessanta, ricostruendo una Los Angeles sospesa tra la fine di un'epoca e l'arrivo di una nuova Hollywood. La fotografia di Robert Richardson restituisce la luce dorata della California di quel periodo, mentre ogni inquadratura respira nostalgia per manifesti, insegne al neon e drive-in ormai scomparsi.
DiCaprio e Pitt trovano qui una delle loro prove migliori: il primo nel ritratto malinconico di un attore che sente sfuggirsi la carriera, il secondo in una performance da Oscar come stuntman fedele e imperturbabile. La loro chimica regge l'intera struttura narrativa, fatta più di divagazioni e atmosfera che di trama tradizionale. Margot Robbie incarna Sharon Tate con una dolcezza luminosa che rende ancora più potente la riscrittura della storia che Tarantino propone.
Il film ha vinto due Oscar, per Pitt come miglior attore non protagonista e per la scenografia, conquistando anche tre Golden Globes. È un'opera che chiede pazienza e abbandono ai suoi ritmi languidi, ma ricompensa con una riflessione profonda su cosa significhi restare rilevanti quando il mondo cambia. Un film per chi ama il cinema che guarda se stesso, con intelligenza e tenerezza.