Spielberg abbandona ogni patina hollywoodiana e gira in bianco e nero, con una regia asciutta che si fa da parte davanti alla Storia. La scelta cromatica non è estetismo: è necessità, distanza, rispetto per una vicenda che non si può abbellire. Le immagini hanno la durezza dei cinegiornali d'epoca, ma la fotografia di Janusz Kamiński costruisce una tensione visiva che non lascia respiro.
La forza del film è nella trasformazione di Schindler, resa con lucidità da Liam Neeson: un opportunista che scopre una responsabilità morale più grande di sé. Di fronte a lui, Ralph Fiennes plasma un Amon Göth terrificante nella sua banalità quotidiana del male. La sceneggiatura non cerca eroi perfetti, ma esseri umani che si scoprono capaci di scelte.
Con sette Oscar tra cui miglior film e regia, resta uno dei rari casi in cui un grande studio e un regista di successo hanno affrontato l'Olocausto senza concessioni al melodramma. Una testimonianza cinematografica che ha formato la memoria collettiva di generazioni, capace ancora oggi di colpire con la stessa forza.