Jon Watts chiude la sua trilogia con un film che trasforma l'evento crossover in riflessione intima sul peso dell'identità di supereroe. La sceneggiatura usa l'espediente multiversale non come semplice spettacolo nostalgia, ma per mettere a nudo le conseguenze delle scelte di Peter Parker: quando i villain dei precedenti universi Spider-Man irrompono nella realtà di Tom Holland, il film diventa un dialogo tra generazioni cinematografiche e una meditazione sul sacrificio.
La regia gestisce con precisione un cast corale complesso, mantenendo il focus emotivo su Holland mentre orchestra sequenze d'azione verticali che sfruttano appieno la tridimensionalità di New York. Benedict Cumberbatch porta gravità alle scene con Doctor Strange, mentre Zendaya ancora il film alla dimensione umana che rischia di perdersi nel caos multiversale.
Nominato all'Oscar per gli effetti visivi, il film riesce dove molti cinecomic falliscono: trasforma la spettacolarità in sostanza narrativa. Gli ultimi venti minuti ridefiniscono completamente il personaggio, consegnando al pubblico uno Spider-Man finalmente fedele alla solitudine originaria del fumetto. Un blockbuster che ha il coraggio di lasciare cicatrici vere.