Francis Ford Coppola ha trasformato un conflitto reale in un viaggio allucinato nell'oscurità dell'animo umano, prendendo in prestito la struttura narrativa di Cuore di tenebra di Conrad e calandola nel Vietnam. La risalita del fiume Nung diventa una discesa negli inferi: dalla follia organizzata dell'esercito — cristallizzata nell'assalto in elicottero sulle note della Cavalcata delle Valchirie — fino al regno tenebroso di Kurtz, dove Marlon Brando emerge dall'ombra come un idolo corrotto e moribondo.
La fotografia di Vittorio Storaro plasma ogni inquadratura in un quadro: il tramonto infuocato, la nebbia che inghiotte la giungla, il chiaroscuro che avvolge il volto di Kurtz. Le immagini rimangono impresse come visioni febbrili. Martin Sheen interpreta Willard con un'intensità fisica e mentale che rasenta il crollo nervoso — non a caso ebbe un infarto sul set — mentre Robert Duvall regala uno dei personaggi più iconici del cinema bellico, il colonnello Kilgore che ama l'odore del napalm al mattino.
Due Oscar, tre Golden Globe e una produzione leggendaria — travagliata, costosa, quasi fallimentare — hanno consegnato alla storia un film che ridefinisce il concetto stesso di cinema di guerra: non cronaca, ma metafora visionaria. È un'opera che si guarda come un'esperienza sensoriale totale, capace di scavare nelle contraddizioni della violenza e della civiltà senza dare risposte facili.