Esordio alla regia di Sam Mendes che vinse cinque Oscar, tra cui miglior film e regia, oltre a tre Golden Globe e un BAFTA: un risultato raro per un'opera prima. La fotografia di Conrad L. Hall costruisce una suburbia americana patinata e asettica dove ogni inquadratura nasconde crepe invisibili, mentre la regia sa alternare ironia tagliente e malinconia senza mai scivolare nel melodramma.
Kevin Spacey disegna un antieroe memorabile, un uomo che decide di smettere di recitare la parte dell'adulto rispettabile proprio quando tutto sembra perduto. Attorno a lui, Annette Bening e Thora Birch compongono un ritratto familiare dove nessuno comunica davvero, eppure tutto viene detto. La sceneggiatura di Alan Ball intreccia le vite di questi personaggi con precisione chirurgica, senza giudicare ma senza risparmiare nulla.
Un film che ha definito un certo sguardo sul disagio della classe media americana di fine Novecento, capace di trasformare una crisi di mezza età in un atto di ribellione lucida e disperata. Vale la pena vederlo per capire come si possa raccontare il vuoto senza mai risultare vuoti.