Roberto Benigni prende una delle pagine più buie della storia e la attraversa con una favola che non nega l'orrore, ma gli oppone l'amore paterno come ultima forma di resistenza. La prima metà del film costruisce un'Italia solare e grottesca, quasi chapliniana, dove Guido conquista la sua Dora con un corteggiamento fantasioso e irresistibile. Poi arriva la guerra, e il registro cambia senza tradire: il lager diventa lo scenario di un gioco inventato per proteggere l'innocenza del piccolo Giosuè.
La scommessa è audace: raccontare Auschwitz dal punto di vista di un padre che trasforma ogni ordine, ogni umiliazione, ogni pericolo in tasselli di una competizione per vincere un carro armato. Benigni recita, dirige e scrive un equilibrio fragilissimo, dove la commedia non sminuisce la tragedia ma ne diventa il contrappeso disperato. La fotografia di Tonino Delli Colli accompagna questo passaggio dal sole toscano al grigio del campo con discrezione e precisione.
Tre Oscar — miglior film straniero, attore protagonista, colonna sonora — e un successo mondiale che ha diviso la critica ma conquistato il pubblico. Perché alla fine La vita è bella non è un film sul negare la Shoah, ma su cosa si è disposti a fare per salvare chi si ama: anche mentire, anche recitare fino all'ultimo respiro.