Chaplin chiude l'era di Charlot con un gesto di coraggio che ancora oggi sorprende: nel 1940, mentre l'America era neutrale e Hitler una minaccia ancora sottovalutata, mise in scena una satira feroce del nazismo. Il doppio ruolo — barbiere ebreo e dittatore Hynkel — gli permette di alternare la sua comicità fisica più raffinata (la danza col mappamondo, le acrobazie verbali in finto tedesco) a momenti di tensione drammatica crescente.
La struttura del film gioca su questo contrasto: scene esilaranti che ridicolizzano la retorica totalitaria si alternano a sequenze che mostrano l'oppressione del ghetto ebraico senza indulgenze. La regia di Chaplin non nasconde mai la gravità di ciò che racconta, eppure trova nella risata un'arma politica precisa. Jack Oakie, nei panni di Napaloni (Mussolini), regala una delle migliori parodie del cinema.
Il finale — un monologo diretto alla macchina da presa — rompe ogni convenzione e trasforma il film in manifesto: Chaplin parla agli spettatori di libertà, umanità, speranza, con un'urgenza che trascende la finzione. Candidato a cinque Oscar, Il grande dittatore resta una delle prove più alte di quanto il cinema possa essere strumento di resistenza civile e, insieme, grande intrattenimento.