Nel 1992, mentre la guerra tra Georgia e Abkhazia devasta i villaggi sulle montagne, due contadini estoni rimasti indietro per raccogliere l'ultimo raccolto di mandarini si trovano costretti a dare rifugio a due soldati feriti — uno ceceno, l'altro georgiano — nemici dichiarati ora costretti a convivere sotto lo stesso tetto. Zaza Urushadze costruisce un film antimilitarista di rara intensità, che rinuncia a ogni retorica per osservare con precisione chirurgica cosa accade quando l'odideologia e l'odio etnico si scontrano con la prossimità umana.
La forza del film sta nella sua economia narrativa: pochi personaggi, un'unica location, dialoghi essenziali che lasciano spazio ai silenzi e agli sguardi. Lembit Ulfsak, nel ruolo del falegname Ivo, offre una prova di grande sottrazione: il suo volto segnato e la sua ostinata neutralità diventano il fulcro morale del racconto. La fotografia di Rein Kotov cattura la bellezza aspra del paesaggio caucasico, trasformando le casse di mandarini — simbolo di una vita contadina sospesa — in un memento della fragilità umana.
Candidato all'Oscar per il miglior film straniero nel 2015, Tangerines è un dramma che sfida ogni semplificazione: non cerca eroi né colpevoli, ma osserva con lucidità come la guerra trasformi uomini in ingranaggi di un meccanismo che li sovrasta. Un film che parla sottovoce e lascia segni profondi.