Sacha Baron Cohen torna alla satira politica con un personaggio che porta alle estreme conseguenze la sua cifra provocatoria: un dittatore megalomane che incarna tutti i cliché del tiranno mediorientale, usandoli come grimaldello per smontare ipocrisie occidentali e orientali insieme. Larry Charles, già complice in Borat, orchestra una commedia che non risparmia nessuno: né l'autocelebrazione dei regimi, né il perbenismo democratico, né la retorica dei diritti umani quando fa comodo.
La forza del film sta nel doppio registro: la farsa slapstick più sfrontata convive con battute che pungono davvero, come il celebre monologo in cui Aladeen elenca i vantaggi di una dittatura usando termini che descrivono perfettamente certe derive delle democrazie occidentali. Baron Cohen non si limita a graffiare: affonda, consapevole che la risata scomoda è l'unica che lascia il segno.
Il cast di caratteristi—da Ben Kingsley nel ruolo del consigliere traditore a Jason Mantzoukas come rivoluzionario maldestro—costruisce attorno al protagonista un microcosmo grottesco che regge la caricatura senza mai scivolare nel cartoon vuoto. Una commedia che divide, come deve essere ogni satira che si rispetti.