Wes Anderson costruisce qui il suo universo più complesso e stratificato, una matrioska narrativa che passa dal presente al passato attraverso quattro distinte cornici temporali, ognuna girata con un formato diverso. L'hotel immaginario si fa metafora di un'Europa che sta scomparendo, schiacciata tra le due guerre: dietro i toni di commedia brillante si scorge la malinconia per un mondo di eleganza e codici d'onore destinato a dissolversi.
Ralph Fiennes offre una delle sue prove più calibrate, alternando cinismo e sentimento con tocco leggerissimo; il rapporto che costruisce con Zero Moustafa è il cuore emotivo del film, un'amicizia che attraversa le classi e le epoche. La macchina da presa si muove con geometrie millimetriche, la palette cromatica cambia secondo il decennio, ogni dettaglio scenografico — dai dolci alle divise — è pensato per costruire un microcosmo autosufficiente.
Con quattro Oscar (costumi, trucco, scenografia, colonna sonora) e cinque BAFTA, il film consolida Anderson come maestro dello stile, ma qui lo stile non è mai fine a se stesso: serve a raccontare la perdita, il passaggio generazionale, la memoria che si tramanda. Un film che si può rivedere infinite volte, scoprendo ogni volta un nuovo strato.