Tempi moderni segna l'addio di Chaplin al cinema muto in un'epoca in cui Hollywood aveva già abbracciato il sonoro. La scelta non è nostalgia: è una dichiarazione artistica. Chaplin costruisce una satira feroce della modernità industriale usando gli strumenti del linguaggio che padroneggia meglio, aggiungendo effetti sonori calibrati e una colonna sonora originale ma lasciando intatta la purezza espressiva del gesto.
La sequenza della catena di montaggio è entrata nella storia del cinema come perfetta metafora visiva dell'alienazione operaia: il corpo umano ridotto a ingranaggio, il ritmo meccanico che divora l'individuo. Chaplin trasforma la critica sociale in balletto comico, e il risultato è insieme divertente e disturbante.
Paulette Goddard affianca Charlot con una presenza vivace e moderna, incarnando una monella di strada che condivide con lui la lotta per la sopravvivenza. Il loro vagabondare attraverso la Grande Depressione è narrato con leggerezza che non nega la durezza del reale, ma la trasfigura in solidarietà e tenerezza. È cinema politico mascherato da intrattenimento, e proprio per questo ancora più incisivo.