Orson Welles aveva venticinque anni quando ha rivoluzionato il cinema con questo film. Ha portato sullo schermo tecniche che oggi diamo per scontate ma che allora erano sperimentali: la profondità di campo estrema di Gregg Toland, che tiene nitidi primo piano e sfondo nella stessa inquadratura; i soffitti visibili, i controluce drammatici, le angolazioni dal basso che deformano le figure in giganti. Ogni scena è costruita come un quadro in movimento, con una precisione formale che non si era mai vista nel cinema americano.
La struttura narrativa rovescia le convenzioni: non seguiamo una vita dall'inizio alla fine, ma ricomponiamo un puzzle attraverso i ricordi di chi ha conosciuto Charles Foster Kane. Ogni testimone offre una versione diversa dell'uomo, e l'enigma di "Rosebud" diventa il pretesto per esplorare come il potere, l'ambizione e la solitudine abbiano plasmato e corroso un magnate della stampa. La sceneggiatura di Herman J. Mankiewicz e Welles costruisce un ritratto spietato del sogno americano e dei suoi fallimenti privati.
Ha vinto l'Oscar per la migliore sceneggiatura originale ed è stato a lungo in testa alle classifiche dei più grandi film mai realizzati. Non per reverenza accademica, ma perché ogni sua inquadratura insegna ancora oggi cosa può fare il cinema quando forma e contenuto si fondono perfettamente. Guardarlo significa vedere nascere il linguaggio visivo moderno.