Macedonia, metà degli anni Novanta: la guerra è dietro il confine, nel film non è ancora arrivata, e si sente lo stesso, come l'umidità che precede un temporale. Milcho Manchevski intreccia due fili — un giovane monaco che nasconde in convento una ragazza albanese braccata da un gruppo di macedoni, e un fotografo di guerra che dopo anni di agenzia londinese decide di tornare al villaggio dov'è nato — e fra i due lascia correre una tensione che non scioglie mai del tutto.
Qui critica e pubblico non hanno avuto niente da contendersi: il consenso è largo, e il film ha raccolto una nomination all'Oscar e una fila lunghissima di riconoscimenti nei festival. Katrin Cartlidge e Rade Serbedzija reggono la parte londinese con una durezza che non chiede simpatia a nessuno, e la Macedonia rurale è filmata come un posto bellissimo dove è appena diventato normale sapere chi è di quale parte.
Non è cronaca e non è una spiegazione dei Balcani: è un ragionamento su come l'odio si trasmette per contatto, dentro le famiglie prima che fra i popoli, e su quanto poco basti perché un gesto di pietà diventi una condanna. Chi si aspetta il film di guerra con il fronte e gli eserciti non lo troverà: qui la violenza è domestica, vicina, e arriva da persone che si conoscono per nome.