I Coen costruiscono una Los Angeles pigra e soleggiata dove un disoccupato in vestaglia si ritrova trascinato in una spy story che non gli appartiene. Jeff Bridges plasma un personaggio diventato icona: il Dude è un reduce del Sessantotto che vive di White Russian e partite di bowling, indifferente a tutto tranne che al suo tappeto rovinato. Intorno a lui gravitano un reduce del Vietnam paranoico, nichilisti tedeschi, un magnate in sedia a rotelle e una femminista d'avanguardia, tutti intrappolati in un noir che non si prende sul serio.
La fotografia di Roger Deakins gioca con i contrasti tra luce californiana e interni cupi, mentre il montaggio frantuma la narrazione in sequenze oniriche — tra cui un intermezzo psichedelico con coreografie da musical che resta nella memoria. La sceneggiatura semina dialoghi che si rincorrono, citazioni che diventano cult e situazioni che collassano su se stesse con una precisione comica rara.
Nominato a tre Oscar, il film è diventato fenomeno culturale: festival dedicati, una religione parodistica, repliche a mezzanotte. Non perché risolva il mistero, ma perché lo dissolve con eleganza, lasciando solo personaggi indimenticabili e una sensazione di assurdo perfettamente calibrato.