Guy Ritchie orchestra un balletto criminale dove ogni personaggio è una scheggia impazzita lanciata contro gli altri in una Londra sotterranea fatta di pugili clandestini, gangster ebrei, zingari irlandesi e malavitosi russi. La struttura narrativa intreccia tre linee apparentemente slegate — un diamante rubato, un incontro di boxe truccato, un maiale affamato — fino a farle implodere una sull'altra con precisione da orologio svizzero. Il montaggio è frenetico ma chirurgico, sorretto da una fotografia satura che trasforma ogni scena in un quadro sporco di nicotina e benzina.
Brad Pitt si diverte a rendersi quasi incomprensibile nel dialetto stretto di Mickey, il pugile zingaro che sembra uscito da una ballata folk violenta, mentre Benicio Del Toro, Dennis Farina e Vinnie Jones costruiscono figure grottesche ma credibili, intrappolate in una spirale dove la cattiveria è routine amministrativa. I dialoghi sono affilati, ritmati come battute jazz: ogni replica conta, nessuna parola è di troppo.
Se il cinema britannico degli anni Duemila ha un'icona pop che tiene insieme violenza cartoonesca e realismo sporco, è questo film. Non è solo divertente: è un esercizio di controllo stilistico dove caos apparente e rigore si sostengono a vicenda, e ogni riveduta rivela un ingranaggio che prima era sfuggito.