Kubrick trasforma la parabola di un arrampicatore sociale settecentesco in un trattato visivo sulla vanità umana e sul destino. Ogni inquadratura è costruita come un dipinto d'epoca: la fotografia di John Alcott, premiata con l'Oscar, usa solo luce naturale e candele grazie a obiettivi NASA modificati, creando composizioni che sembrano uscite da Gainsborough e Hogarth. Il risultato è un'esperienza estetica che non ha eguali nella storia del cinema.
Ryan O'Neal incarna Redmond Barry con una fredda ambiguità: né eroe né antieroe, solo un uomo mosso da desideri elementari in un mondo governato da rigide gerarchie. La regia di Kubrick procede con distacco quasi entomologico, osservando l'ascesa e la caduta del protagonista attraverso zoom lentissimi e movimenti di macchina che ricordano la precisione meccanica degli automi settecenteschi. La colonna sonora, intessuta di musiche barocche e tradizionali irlandesi, amplifica il senso di fatalismo.
Il film conquistò quattro Oscar tecnici (fotografia, costumi, scenografia, colonna sonora adattata) e due BAFTA, riconoscimenti che certificano l'ambizione formale del progetto. È un'opera che richiede pazienza e disponibilità a lasciarsi ipnotizzare dal ritmo contemplativo. Chi accetta la sfida scopre un Kubrick diverso: meno provocatorio, più malinconico, capace di raccontare tre ore di storia senza una parola di troppo e con immagini che restano impresse come quadri visti in un museo.