Visconti chiude la sua trilogia tedesca con un ritratto maestoso e doloroso di Ludwig II di Baviera, il re che costruì castelli fiabeschi mentre scivolava nell'isolamento e nella follia. Il film è un affresco sontuoso di un'epoca al tramonto: costumi sfarzosi, interni barocchi, paesaggi alpini attraversati da una luce che sembra già appartenere al passato. Helmut Berger incarna Ludwig con una fragilità struggente, facendone un personaggio sospeso tra il sogno wagneriano di bellezza assoluta e la realtà politica che lo schiaccia.
La narrazione procede per grandi quadri che documentano l'ascesa e la caduta di un uomo inadatto al potere: l'infatuazione per Wagner, il tradimento del compositore, l'amore impossibile per la cugina Elisabetta d'Austria interpretata da Romy Schneider. Visconti non giudica mai: osserva con compassione aristocratica un sovrano che preferisce ritirarsi nei suoi castelli piuttosto che governare, un esteta condannato da un mondo che non tollera la differenza.
Nominato all'Oscar per i costumi, il film è un testamento visivo del grande cinema europeo degli anni Settanta. Chi cerca un dramma storico intimo e visivamente abbagliante troverà qui uno degli ultimi capolavori di un maestro al culmine della maturità espressiva.