William Wyler dirige questo adattamento di Henry James con la precisione chirurgica che gli valse uno dei suoi Oscar, creando un ritratto crudele e insospettabilmente moderno delle dinamiche familiari. Al centro c'è Olivia de Havilland in una delle sue prove più strazianti: la sua Catherine Sloper è una donna schiacciata dall'indifferenza paterna che attraversa un percorso di maturazione doloroso e necessario, raccontato con una sottigliezza psicologica rara per l'epoca.
La fotografia di Leo Tover e la scenografia ricreano la New York di metà Ottocento come una gabbia dorata: ogni inquadratura della casa di Washington Square è studiata per sottolineare la solitudine di Catherine, intrappolata tra le aspettative sociali e l'impossibilità di piacere al padre. Montgomery Clift, al suo debutto cinematografico, porta in scena un fascino ambiguo che rende impossibile sciogliere fino all'ultimo il dubbio sulla sincerità del suo Morris Townsend.
Il film vinse quattro Oscar, tra cui quello a De Havilland come migliore attrice, e resta uno dei melodrammi più intelligenti del cinema classico americano: Wyler non cerca mai la commozione facile, ma costruisce un meccanismo narrativo che si stringe progressivamente intorno ai personaggi fino a un finale di una freddezza memorabile. Un film che parla di tradimento, ma soprattutto di come si impara a non essere più vittime.