Baz Luhrmann porta sullo schermo il classico di Fitzgerald con la sua cifra stilistica: un'esplosione visiva che trasforma gli anni Venti in un delirio di luci, oro e jazz anacronitico. La fotografia sfavillante e il design sontuoso della produzione hanno vinto due Oscar, confermando che il film è un trionfo estetico capace di far rivivere l'eccesso e il glamour di un'epoca. Dietro la superficie scintillante, però, emerge tutta la malinconia del romanzo: l'ossessione di Gatsby per un sogno irraggiungibile, incarnato da una Daisy eterea e inafferrabile, diventa il cuore pulsante della storia.
La macchina da presa vorticosa di Luhrmann cattura l'euforia delle feste mastodontiche e poi, con la stessa intensità, ne svela il vuoto. Leonardo DiCaprio costruisce un Gatsby fragile sotto la maschera del self-made man, mentre Tobey Maguire osserva da testimone spaesato il crollo di quel mondo patinato. Il film oscilla tra melodramma e critica sociale, tra eccesso formale e riflessione sulla morte del sogno americano.
Chi cerca un adattamento fedele alla misura di Fitzgerald potrebbe restare spiazzato; chi invece si lascia trascinare dall'estetica barocca e dal ritmo febbrile scoprirà una rilettura che usa il presente per leggere il passato, e che fa dell'artificio la propria verità emotiva.