Darren Aronofsky realizza un film brutale e visionario sulla dipendenza, raccontando quattro vite che implodono seguendo traiettorie parallele: droghe da strada per tre giovani alla ricerca di un sogno americano già marcio, pillole dimagranti per un'anziana vedova che vuole apparire in tv. La forza sta nel trattare ogni forma di dipendenza con la stessa urgenza formale, senza gerarchie morali.
La regia è un pugno allo stomaco: montaggi frenetici, split-screen ossessivi, macro ravvicinatissime su pupille e pastiglie, una colonna sonora di Clint Mansell che martella come un loop da cui non si esce. Ellen Burstyn, candidata all'Oscar, regala una delle interpretazioni più strazianti della sua carriera nel ruolo di Sara, trasformando il declino psicofisico in un ritratto di solitudine devastante.
Non è un film che si dimentica facilmente: Aronofsky non concede vie di fuga, né allo spettatore né ai personaggi. È cinema che ferisce, che costringe a guardare senza filtri il prezzo delle illusioni quando si scontrano con corpi e menti che cedono. Una discesa agli inferi necessaria, filmata con un linguaggio che ha ridefinito il modo di raccontare la dipendenza sullo schermo