Wong Kar-wai costruisce qui il suo film più maturo e rigoroso, abbandonando la frenesia di opere precedenti per una rigorosa geometria di sguardi, distanze e gesti mai compiuti. La fotografia di Christopher Doyle, con le sue tonalità ambrate e la luce che filtra attraverso tende e porte socchiuse, trasforma ogni inquadratura in un quadro che cattura l'eleganza malinconica di una Hong Kong che non esiste più.
La recitazione di Tony Leung e Maggie Cheung è esemplare: comunicano interi universi emotivi attraverso minimi movimenti, sguardi trattenuti, silenzi carichi di tensione. I loro personaggi si muovono in spazi claustrofobici – corridoi stretti, scale, stanze minuscole – che riflettono perfettamente la prigione sociale e morale in cui si trovano intrappolati. Il ritmo è lento ma ipnotico, scandito dalle ripetizioni quotidiane e dalla colonna sonora che diventa essa stessa personaggio.
Il film ha conquistato il premio per Miglior Attore a Cannes e ha segnato un punto di svolta nel cinema d'autore contemporaneo, dimostrando che si può raccontare una storia d'amore attraverso tutto ciò che non viene detto, non viene fatto, non può accadere. È cinema che richiede pazienza ma ripaga con immagini che restano impresse nella memoria come poche altre.