Darren Aronofsky trasforma il wrestling professionistico in una metafora incarnata del corpo che invecchia e dell'ossessione per la gloria perduta. Mickey Rourke offre una performance di rara vulnerabilità fisica ed emotiva: ogni cicatrice, ogni movimento affaticato racconta una carriera consumata sul ring. La macchina da presa lo segue da dietro per lunghi tratti, quasi fosse un documentario sulla solitudine del combattente fuori scena.
La fotografia di Maryse Alberti sceglie una grana quasi documentaristica che aderisce alla realtà dei retroscena del wrestling: gli spogliatoi squallidi, le arene di provincia, i corpi malridotti dei lottatori. Marisa Tomei porta dignità e stanchezza al personaggio della spogliarellista, creando un parallelismo doloroso tra due professioni che mercificano il corpo.
Candidato a due Oscar (miglior attore protagonista e miglior attrice non protagonista), il film restituisce credibilità a un genere considerato minore mostrando come dietro la coreografia degli scontri ci siano scelte drammatiche reali. La scena finale lascia sospeso il respiro: un uomo che sceglie l'unica cosa che sa fare, qualunque sia il prezzo.