Alejandro González Iñárritu irrompe sulla scena internazionale con un film che ridefinisce le coordinate del cinema latinoamericano contemporaneo. Tre storie apparentemente distanti – un giovane coinvolto nei combattimenti clandestini di cani, una modella intrappolata in un appartamento dopo un incidente, un ex guerrigliero che vive ai margini – si intrecciano attraverso un singolo schianto automobilistico nella Città del Messico. La struttura narrativa frammentata anticipa quella che diventerà la cifra del regista, mentre la fotografia di Rodrigo Prieto restituisce una metropoli violenta e vibrante, lontana da ogni cartolina turistica.
La brutalità delle scene con i cani da combattimento non è gratuita: serve a mostrare senza filtri un mondo sommerso dove la sopravvivenza cancella ogni margine etico. Gael García Bernal, al suo primo ruolo da protagonista, porta sullo schermo una disperazione giovane e credibile, mentre Emilio Echevarría costruisce in Chivo una delle figure più complesse del film: un uomo che cerca redenzione prendendosi cura degli animali randagi dopo aver abbandonato la propria figlia.
Candidato all'Oscar come miglior film straniero e vincitore a Cannes nella sezione Quinzaine des Réalisateurs, Amores Perros segna l'inizio di una collaborazione artistica – Iñárritu, lo sceneggiatore Guillermo Arriaga, il direttore della fotografia Prieto – che ridefinirà il cinema messicano nel nuovo millennio. È un film che non risparmia colpi ma che trasforma la violenza urbana in un affresco corale sulla ricerca impossibile di amore e dignità.