Edward Yang costruisce un affresco familiare di tre ore che non pesa mai, seguendo i membri della famiglia Jian attraverso crisi esistenziali quotidiane: la madre in coma, il padre NJ che ritrova il primo amore dopo trent'anni, la figlia adolescente Ting-Ting alle prese con i primi turbamenti sentimentali, il figlio Yang-Yang che fotografa le nuche delle persone per mostrare loro «l'altra metà» che non vedono.
La regia è paziente, quasi documentaristica: inquadrature fisse che osservano attraverso vetrate e specchi, conversazioni colte in esterni urbani rumorosi, il caos di Taipei che fa da contrappunto al silenzio interiore dei personaggi. Yang rifiuta la psicologia esplicita e lascia che siano i gesti minimi — una foto scattata, uno sguardo trattenuto, una cena d'affari fallita — a dire tutto della solitudine moderna.
Il film vinse il premio per la miglior regia a Cannes nel 2000 e resta una delle opere più compiute del cinema taiwanese: un ritratto generazionale che attraversa otto anni di un bambino e trent'anni di rimpianti adulti, chiedendosi perché il mondo sia così diverso da come lo pensiamo. Non offre risposte, ma invita a guardare meglio — proprio come fa Yang-Yang con la sua macchina fotografica.