Spielberg affronta uno degli episodi più controversi della storia israeliana con un thriller morale che rifiuta le certezze. Non è cinema d'azione mascherato da riflessione: ogni omicidio pesa, ogni scelta lascia una crepa. Il film segue la squadra del Mossad incaricata di vendicare il massacro di Monaco '72, ma più avanza la missione più l'ingranaggio si inceppa — nella mente dei protagonisti e nello spettatore.
La tensione non viene solo dalle operazioni clandestine (comunque serrate, claustrofobiche), ma dal lento sgretolarsi delle certezze di Avner: Eric Bana regge il film con uno sguardo che da determinato diventa ossessionato, poi vuoto. Intorno a lui un cast solido — Craig, Hinds, Kassovitz — costruisce una squadra credibile, uomini normali che si fanno strumenti di una logica che li consuma. Janusz Kamiński firma una fotografia livida, europea, lontana dalla luce hollywoodiana: ogni città è un labirinto, ogni incontro una trappola potenziale.
Nominato a cinque Oscar, Munich divide ancora: non offre eroi né risposte facili, ma pone domande scomode sulla vendetta, sul prezzo della sicurezza, su cosa significhi difendere un'identità senza perdere l'umanità. Un film necessario per chi cerca nel cinema non conferme, ma confronto.