Sin City trasforma il fumetto di Frank Miller in un esperimento visivo che ha ridefinito il rapporto tra cinema e graphic novel. Rodriguez e Miller (con un contributo non accreditato di Tarantino per una sequenza) non si limitano ad adattare le tavole originali: le ricostruiscono fotogramma per fotogramma, usando un fondo verde totale e una fotografia in bianco e nero ad alto contrasto punteggiata da bagliori di colore. Il risultato è un noir espressionista in cui ogni inquadratura sembra strappata direttamente dalla pagina, con ombre taglienti, piogge stilizzate e violenza coreografica che diventa pura geometria.
La struttura ad episodi intrecciati segue personaggi al limite - un bruto dalla forza mostruosa, un poliziotto corrotto pentito, un vigilante spietato - attraverso una Basin City dove non esistono sfumature morali, solo bianco e nero anche nella sostanza. Il cast corale interpreta archetipi fumettistici con la consapevolezza giusta: nessuno cerca realismo psicologico, tutti abitano questo universo grafico come figure in movimento.
Oltre all'impatto estetico, Sin City ha aperto la strada a un nuovo modo di concepire gli adattamenti: non tradurre, ma trasporre. Un film che si guarda sapendo di trovarsi davanti a qualcosa che il cinema non aveva ancora osato in quella forma.