David Fincher trasforma la nascita di Facebook in un thriller da camera scandito dal montaggio nervoso di Kirk Baxter e Angus Wall e dalla fotografia satura di Jeff Cronenweth, che intrappolano Harvard e le sale deposizioni in una luce fredda e chirurgica. La sceneggiatura di Aaron Sorkin — premiata con l'Oscar — trasforma deposizioni legali incrociate in un meccanismo narrativo serrato, dove le parole volano come colpi e nessuna battuta è casuale. Jesse Eisenberg compone un Mark Zuckerberg affilato e indecifrabile, Andrew Garfield restituisce vulnerabilità a Eduardo Saverin, mentre Justin Timberlake incarna Sean Parker con un carisma tossico che trascina e devora.
Il film ha conquistato tre Oscar (miglior montaggio, sceneggiatura non originale e colonna sonora originale di Trent Reznor e Atticus Ross), quattro Golden Globe e due BAFTA, imponendosi come ritratto definitivo dell'ambizione nell'era digitale. Fincher non giudica: osserva come amicizie, lealtà e codice si scontrano nella corsa a un'idea che ha ridefinito la comunicazione globale.
Non è un film su Facebook, ma su cosa si perde quando il successo arriva prima di sapere chi si è davvero.