Tim Miller costruisce un film di supereroi che smonta il genere dall'interno, facendo leva su un protagonista che non solo conosce le convenzioni narrative ma le deride apertamente, rivolgendosi direttamente allo spettatore. La rottura della quarta parete non è un vezzo ma la struttura portante: Wade Wilson commenta, anticipa, sbeffeggia, trasformando l'origin story in una parodia lucida che funziona comunque come racconto d'azione efficace.
Ryan Reynolds trova nel personaggio la sintesi perfetta tra cinismo e vulnerabilità: dietro le battute incessanti e la violenza cartoonesca c'è un antieroe sfigurato che cerca vendetta e redenzione. La sceneggiatura alterna presente e flashback con ritmo serrato, montando sequenze d'azione coreografate con precisione (l'assalto sull'autostrada ne è l'esempio migliore) e dialoghi taglienti che non risparmiano nessuno, nemmeno lo studio che produce il film.
Il risultato è un successo inaspettato che ha dimostrato come un R-rated irriverente potesse conquistare un pubblico vastissimo, aprendo la strada a cinecomic più adulti e meno reverenziali. Deadpool funziona perché non chiede di essere preso sul serio, ma riesce comunque a far affezionare a un personaggio che, tra una decapitazione e una battuta volgare, cerca disperatamente qualcosa di umano.