Frank Darabont torna nel braccio della morte dopo *Le ali della libertà* e costruisce un racconto che usa il fantastico per interrogare la natura della giustizia e della compassione. Il miracolo qui non è evasione dalla realtà, ma strumento per mettere a nudo l'umanità di chi custodisce e di chi attende l'esecuzione. La tensione non nasce dall'azione, ma dal contrasto tra il potere soprannaturale di John Coffey e la sua impotenza di fronte a un sistema che lo vuole morto.
Michael Clarke Duncan, alla sua prima grande prova, regala un'interpretazione di rara delicatezza: Coffey è un gigante dalla voce infantile, spaventato dal buio, capace di assorbire il male altrui con uno sguardo che resta impresso. Tom Hanks ancora una volta incarna l'uomo comune che scopre l'eccezionale, e lo fa con quella misura che non sconfina mai nel sentimentale. La fotografia di David Tattersall usa i verdi acidi e i marroni cupi del carcere per isolare lampi di luce nei momenti di guarigione, creando un contrasto visivo che sottolinea il tema senza urlarlo.
Il film è stato candidato a quattro Oscar, tra cui miglior attore non protagonista per Duncan, riconoscimento meritato per una presenza scenica che trasforma un personaggio fantastico in qualcuno di tremendamente reale. Tre ore che non pesano, perché Darabont sa quando trattenere il respiro e quando lasciare che le emozioni fluiscano, fino a un finale che chiede allo spettatore di fare i conti con il prezzo della testimonianza.