Ridley Scott costruisce un futuro decadente e ipnotico: la Los Angeles del 2019 è un inferno urbano di neon, pioggia perpetua e architetture che mescolano art déco e grattacieli orientali. La fotografia di Jordan Cronenweth scolpisce ogni inquadratura come un quadro distopico, mentre Vangelis firma una colonna sonora sintetica e malinconica che è diventata inseparabile dall'immaginario cyberpunk.
Harrison Ford interpreta Rick Deckard con freddezza logorata, ma è Rutger Hauer a rubare la scena: il suo Roy Batty non è solo un androide ribelle, è un essere che cerca disperatamente un senso alla propria mortalità. Il monologo finale, improvvisato in parte dall'attore, resta uno dei momenti più poetici della fantascienza cinematografica.
Nominato a due Oscar, il film ha ridefinito l'estetica del genere e continua a porre domande scomode su identità, umanità e memoria. Esistono diverse versioni — la Director's Cut del 1992 e la Final Cut del 2007 affilano ulteriormente la visione di Scott — ma tutte condividono la stessa capacità di farti dubitare di cosa significhi davvero essere umani.