Spielberg costruisce qui una delle sue opere più personali e universali insieme, trasformando l'incontro tra un bambino solitario e una creatura aliena in un racconto di formazione che ha commosso generazioni. La regia orchestra con maestria il passaggio dalla meraviglia infantile alla minaccia del mondo adulto, mentre la fotografia di Allen Daviau avvolge i sobborghi californiani in tonalità ambrate che evocano nostalgia e calore domestico.
La chimica tra Henry Thomas e la creatura animatronica disegnata da Carlo Rambaldi è sorprendentemente genuina: il film riesce a rendere credibile un'amicizia impossibile grazie alle scelte visive di Spielberg, che inquadra spesso dal basso, all'altezza dello sguardo dei bambini, e alla colonna sonora di John Williams, tra le sue più memorabili. Drew Barrymore bambina porta una spontaneità che spezza ogni artificiosità.
Con quattro Oscar vinti (montaggio, sonoro, effetti sonori, musica) e altri due Golden Globes, il film ha segnato un'epoca: ha ridefinito il blockbuster come esperienza emotiva prima che spettacolare, dimostrando che la fantascienza poteva parlare di solitudine, crescita e perdita senza bisogno di eroi o battaglie. Rivederlo oggi significa ritrovare quella rara capacità del cinema di rendere l'impossibile intimo.