Billy Wilder costruisce un noir che non racconta un crimine ma ne mette in scena le conseguenze: la voce narrante è quella di un cadavere che galleggia in una piscina, e da lì il film riavvolge il nastro fino a mostrare come si sia arrivati a quel punto. È un meccanismo narrativo audace per l'epoca, e funziona perché Wilder sa tenere insieme ironia feroce e compassione.
Gloria Swanson, ex diva del muto nella vita reale, interpreta Norma Desmond con una lucidità che fa paura: non recita la follia, la abita. William Holden è perfetto come Joe Gillis, cinico abbastanza da accettare il gioco, fragile abbastanza da restarne intrappolato. Erich von Stroheim — anche lui regista del muto — compone in Max un ritratto di devozione che sfiora il tragico. Tutti e tre vincono il Golden Globe; il film porta a casa tre Oscar, tra cui quello per la sceneggiatura.
La fotografia di John F. Seitz illumina quella villa come un mausoleo: luci e ombre da espressionismo tedesco messe al servizio di un'America che divora i suoi simboli. È un film che morde Hollywood dall'interno, senza pietà e senza compiacimenti, e resta uno degli affreschi più spietati mai girati sul cinema stesso.