Tim Burton trasforma la storia del peggior regista di Hollywood in un ritratto in bianco e nero di struggente bellezza, dove il fallimento artistico diventa celebrazione dell'ostinazione creativa. La messa in scena richiama il cinema classico che Wood venerava, ma senza mai scadere nella parodia: ogni inquadratura respira ammirazione per chi ha fatto cinema senza mezzi né talento, ma con una fede incrollabile.
Johnny Depp compone un Ed Wood ingenuo e visionario, incapace di vedere i propri limiti, e proprio questo lo rende commovente anziché patetico. Martin Landau restituisce dignità a Bela Lugosi sul viale del tramonto: la sua interpretazione del divo decaduto, tossicodipendente e dimenticato che trova una seconda famiglia sul set, gli è valsa meritatamente l'Oscar.
Il film non nasconde i disastri cinematografici di Wood — scenografie di cartone, errori marchiani, scelte assurde — ma li racconta come gesti d'amore verso il cinema stesso. Burton trova poesia nei margini di Hollywood, tra travestiti, lottatori ungheresi e attori senza futuro, tutti uniti dall'illusione che basti crederci per fare arte. È un inno malinconico e generoso a chi ha osato sognare oltre ogni evidenza.