Mario Monicelli prende il suo attore feticcio, Alberto Sordi, e lo usa contro se stesso. Giovanni Vivaldi è il tipo che Sordi ha costruito in vent'anni di commedia all'italiana — il piccolo uomo romano, furbo, pavido, arruffato — ma qui quella maschera si incrina, poi si spezza, poi rivela qualcosa di molto più oscuro. È una delle operazioni più rischiose della carriera di entrambi, e funziona perché nessuno dei due abbassa la guardia.
Il film comincia come commedia di costume, quasi grottesca: un padre affronta con scaltrezza e umiliazioni quotidiane il labirinto burocratico di Roma per procurare al figlio un posto sicuro al ministero. Monicelli osserva questa Italia con occhio preciso e crudele, senza affetto ma senza odio — è ritratto, non caricatura. Poi arriva la rapina, e il film cambia registro in modo netto, senza avvisare. La seconda metà è qualcosa di diverso: un'ossessione che cresce, una discesa che non si accompagna a nessun giudizio esplicito, nessuna redenzione, nessun commento morale che sciolga la tensione. Lo spettatore è lasciato solo con quello che vede.
Sordi non recita il dolore, lo abita in modo che a tratti è scomodo guardare. Shelley Winters, nel ruolo della moglie, costruisce una presenza silenziosa e devastante che regge il confronto in ogni scena. La fotografia di Tonino Delli Colli — lo stesso degli anni migliori di Pasolini e Leone — tiene il film in una luce che non è mai consolatoria: Roma come fondale di qualcosa che non si riesce a chiamare giustizia.
Chi cerca la commedia leggera non la trova — il film usa gli strumenti del genere per portare altrove, e questo può disorientare chi arriva con aspettative sbagliate. Chi invece è disposto a seguire Monicelli fuori dalla zona di confort troverà uno dei momenti più lucidi e inquietanti del cinema italiano degli anni Settanta, un film che parla di rabbia, di impotenza e di ciò che un uomo ordinario è capace di diventare quando la vita gli presenta un conto che non sa come pagare.