Scola confeziona un dramma da camera con la Storia che pulsa fuori scena: mentre Roma celebra l'incontro tra Hitler e Mussolini, due reietti del regime si incontrano nel vuoto di un palazzo deserto. La genialità sta nell'aver spogliato Mastroianni e la Loren delle loro maschere divistiche — lui è un intellettuale omosessuale schedato, lei una casalinga opaca logorata dai figli e dal marito fascista — per riconsegnarli nudi, fragili, umani. La fotografia satura di Pasqualino De Santis imprigiona gli spazi in un grigio di luci radenti che fa sentire il peso del regime anche tra le mura domestiche.
La nomination a due Oscar, rarissima per il cinema italiano di quegli anni, certifica la forza universale di un film che parla di marginalità e desiderio con discrezione e intelligenza. La sceneggiatura (Scola con Maccari) non sbanda mai nel sentimentale: l'incontro tra i due è un'oasi di verità in un Paese che celebra la menzogna collettiva.
Un racconto di resistenza silenziosa e dignità sottratta, dove il fascismo non è scenografia ma presenza concreta — nella radio di regime che scandisce la giornata, nei figli indottrinati, nel vuoto di chi non può più parlarsi. Una giornata che diventa sospensione dal mondo, e che chiede allo spettatore di stare dentro quella parentesi senza giudicare, solo guardare.