Strade Perdute è Lynch al massimo della sua capacità visionaria: un noir che si piega su se stesso come un nastro di Möbius, dove l'identità si dissolve e il tempo perde ogni linearità. La storia di Fred Madison che diventa Pete Dayton non è un trucco narrativo ma un abisso psicologico in cui lo spettatore precipita insieme ai personaggi, senza appigli di certezza.
La fotografia di Peter Deming costruisce un universo di neri profondi e rossi febbrili, mentre il sound design – firmato dallo stesso Lynch – trasforma ogni ambiente in una camera di risonanza dell'angoscia. Robert Blake nei panni del Mistero è una delle presenze più inquietanti mai portate sullo schermo: uno sguardo che buca la pellicola e che da solo vale il viaggio.
Non è un film che spiega: è un film che ossessiona. Le sue immagini – la strada notturna, il videocassette anonime, il sorriso immobile del Mistero – restano impresse come frammenti di un incubo lucido. Per chi cerca risposte chiuse è uno scacco; per chi accetta il cinema come esperienza sensoriale e psichica, è una delle opere più radicali degli anni Novanta.