Christopher Nolan costruisce un thriller che è insieme un rompicapo narrativo e un esperimento sul funzionamento della memoria. La struttura del film si sdoppia: una linea temporale procede all'indietro, scene a colori che si susseguono al contrario, mentre l'altra avanza in bianco e nero verso il punto di incontro. Questo non è virtuosismo fine a se stesso, ma il modo in cui lo spettatore sperimenta la condizione del protagonista Leonard, incapace di formare ricordi a breve termine dopo un trauma.
Guy Pearce regge l'intero impianto con una recitazione calibrata che oscilla tra determinazione ossessiva e vulnerabilità. Ogni incontro per lui è nuovo, ogni volto potenzialmente ingannevole. Le polaroid, i tatuaggi, gli appunti sulla pelle diventano l'unica bussola in un mondo dove chiunque può essere amico o nemico a distanza di pochi minuti.
Nominato a due Oscar, Memento ha ridefinito come il cinema potesse giocare con il montaggio senza perdere coerenza emotiva. Alla fine ti accorgi che la struttura frantumata non serviva a confondere, ma a rendere impossibile fidarsi di qualsiasi certezza — proprio come Leonard non può fidarsi nemmeno dei propri ricordi.