Vittorio De Sica gira nelle strade di una Roma appena uscita dalla guerra e trova nei volti di due ragazzini l'innocenza che il dopoguerra ha condannato. Franco Interlenghi e Rinaldo Smordoni non sono attori professionisti: sono semplicemente Pasquale e Giuseppe, lustrascarpe che sognano un cavallo mentre l'Italia cerca di rimettersi in piedi. La loro amicizia è così credibile da fare male quando la macchina del carcere minorile inizia a schiacciarla.
La fotografia di Anchise Brizzi non nasconde nulla: le baracche, i mercati neri, le celle dove i ragazzi vengono buttati dentro come rifiuti. De Sica non accusa con didascalie ma con sguardi, con il modo in cui i due si guardano attraverso le sbarre. Il film vinse l'Oscar onorario nel 1948, prima ancora che esistesse la categoria per il miglior film straniero, e aprì gli occhi del cinema mondiale su cosa significasse fare neorealismo.
Se volete capire perché il cinema italiano del dopoguerra ha cambiato la storia del cinema, partite da qui: dalla polvere, dai piedi scalzi e da un cavallo bianco che è tutto tranne che una favola.