Vittorio De Sica abbandona il neorealismo puro dei suoi primi capolavori per un dramma di portata epica che attraversa l'Italia in guerra attraverso gli occhi di due donne in fuga. La forza del film sta nella capacità di trasformare la Storia in esperienza intima e devastante, senza mai cedere alla retorica. Ogni inquadratura costruisce un ritratto dell'Italia contadina dilaniata dal conflitto, dove la sopravvivenza quotidiana diventa l'unica misura possibile dell'esistenza.
Sophia Loren offre qui la prova più intensa della sua carriera, lontana anni luce dal divismo che l'aveva resa celebre. Cesira è materia prima, istinto protettivo, femminilità ferita dalla guerra: una madre che scopre, con terribile lucidità, di non poter proteggere sua figlia da tutto. La scena finale, silenziosa e straziante, è una delle più potenti del cinema italiano. Non a caso l'interpretazione le valse l'Oscar come miglior attrice, prima volta per una performance in lingua straniera.
De Sica non risparmia nulla allo spettatore, ma non cade mai nel voyeurismo: il trauma viene mostrato attraverso le sue conseguenze, nei volti, nei corpi, nel silenzio che segue l'orrore. Un film che guarda la guerra dalla parte di chi la subisce, senza eroi né consolazioni facili, e proprio per questo necessario.