Hitchcock trasforma una spy story in un triangolo amoroso carico di tensione emotiva, dove il pericolo politico è meno lacerante del sacrificio sentimentale. Ingrid Bergman costruisce un ritratto di vulnerabilità straordinaria: donna segnata dal disonore paterno che trova nel rischio la propria redenzione, disposta a vendersi per amore a chi la usa senza dirle quanto conti davvero. Cary Grant abbandona la leggerezza delle commedie e interpreta un uomo diviso tra dovere e gelosia, incapace di dichiarare ciò che prova finché non è quasi troppo tardi. Claude Rains, candidato all'Oscar, regala al villain nazista una fragilità insospettabile: il suo Sebastian è innamorato, manipolato dalla madre, tragico quanto pericoloso.
La celebre sequenza del bacio prolungato — girata per aggirare la censura che vietava baci superiori ai tre secondi — resta un modello di erotismo implicito: Bergman e Grant si sfiorano, si staccano, si cercano ancora mentre parlano, trasformando un limite produttivo in una delle scene più sensuali del cinema classico. La macchina da presa di Hitchcock scende in una grua memorabile dall'alto di una festa mondana fino alla chiave stretta nel pugno di Bergman: un dettaglio minuscolo che regge l'intera suspense.
Nominato a due Oscar (sceneggiatura e attore non protagonista per Rains), il film è oggi considerato uno dei vertici assoluti di Hitchcock e un caposaldo del noir psicologico, dove il veleno nelle bottiglie di vino è meno letale della manipolazione affettiva. Vale la pena vederlo per capire come il grande cinema sappia far coincidere spionaggio e intimità, facendo di ogni sguardo una confessione mancata.