Mira Nair esordisce nel lungometraggio con uno sguardo che cattura la vita nelle strade di Bombay senza mai scivolare nel voyeurismo pietistico. Lavorando con attori non professionisti trovati proprio in quei quartieri, costruisce un ritratto crudo ma mai sensazionalistico della marginalità urbana: ogni volto porta addosso la propria storia, ogni gesto ha il peso della necessità quotidiana.
La macchina da presa si muove all'altezza dei bambini, seguendo Krishna tra vicoli, bordelli e angoli di strada con una prossimità fisica che non giudica ma documenta. La fotografia di Sandi Sissel trova una luce naturale che non abbellisce né demonizza: semplicemente restituisce la complessità di un ecosistema dove infanzia e sopravvivenza si mescolano in modi che il cinema occidentale raramente ha saputo mostrare con questa precisione.
Nominato all'Oscar come miglior film straniero, il film ha aperto una finestra su realtà ignorate dal cinema indiano mainstream dell'epoca. Non è cinema di denuncia urlata: è osservazione partecipe che lascia allo spettatore il compito di trarre le proprie conclusioni, seguendo un ragazzo che insegue un obiettivo semplice in un mondo che di semplice non ha nulla.