Daniel Day-Lewis consegna una delle interpretazioni più fisiche e ipnotiche della sua carriera, costruendo un personaggio che incarna l'avidità americana con una precisione quasi chirurgica. Ogni gesto, ogni inflessione vocale di Daniel Plainview è studiato per rivelare la meccanica interiore di un uomo divorato dall'ambizione. Paul Thomas Anderson dirige con uno sguardo che trasforma i paesaggi petroliferi della California d'inizio Novecento in scenari da western esistenziale, dove la conquista del territorio diventa metafora dello sfruttamento sistematico dell'uomo sull'uomo.
La fotografia di Robert Elswit cattura la desolazione dei pozzi e l'arsura morale dei personaggi con un rigore formale che non indulge mai al pittoresco. La colonna sonora di Jonny Greenwood, dissonante e febbrile, accompagna l'ascesa di Plainview come un ronzio industriale che penetra nelle ossa. Il duello tra Day-Lewis e Paul Dano — che interpreta Eli Sunday, predicatore ambizioso quanto il suo antagonista — costruisce una tensione che esplode in sequenze memorabili.
Riconosciuto con due Oscar (miglior attore protagonista e miglior fotografia), il film è uno studio spietato sul capitalismo selvaggio e sulla religione come strumento di potere. Anderson non offre redenzione né catarsi facili: solo la rappresentazione lucida di come l'ossessione trasformi gli uomini in macchine da conquista, lasciando dietro di sé terre svuotate e relazioni bruciate.