Orson Welles distilla da cinque opere di Shakespeare il ritratto definitivo di un personaggio immortale: Sir John Falstaff, cavaliere decaduto, bevitore impenitente e buffone tragico. La regia orchestra le taverne fumose e i campi di battaglia fangosi con una maestria pittorica che trasforma il Cinquecento teatrale in un Medioevo tangibile, sporco, autentico. Le sequenze della battaglia di Shrewsbury restano tra le più brutali e moderne mai girate: armature che si scontrano nel fango, violenza caotica senza eroismi da manuale, un contrappunto perfetto alla retorica cavalleresca che Falstaff stesso sbeffeggia.
Welles non si limita a dirigere: si cala nel personaggio con una fisicità imponente e una malinconia devastante. Accanto a lui un cast shakespeariano di lusso — John Gielgud presta al re Enrico IV una solennità glaciale, mentre Keith Baxter tiene testa al maestro nei panni del principe Hal. Ma è il rapporto tra il vecchio cavaliere e il giovane principe a sostenere l'intera architettura: amicizia, tradimento, l'inevitabile distanza tra chi insegue il potere e chi rifiuta di crescere.
Il finale, quando Falstaff affronta il rifiuto definitivo, è cinema puro: nessun dialogo in sovrappiù, solo il volto di Welles e la consapevolezza che ogni festa ha una fine. Un'opera di sintesi rara, dove la libertà autoriale di un cineasta visionario si sposa alla fedeltà sostanziale del teatro elisabettiano.