Jasmila Žbanić costruisce un thriller morale che stringe lo stomaco, seguendo in presa diretta il collasso di ogni certezza durante il massacro di Srebrenica nel 1995. La forza del film sta nella prospettiva: Aida traduce per i caschi blu olandesi mentre fuori migliaia cercano rifugio, e tra loro ci sono suo marito e i suoi figli. Ogni promessa che deve tradurre, ogni rassicurazione diplomatica, diventa una lama.
Jasna Đuričić porta sullo schermo una donna che non può permettersi il lusso dell'impotenza: il suo volto registra ogni crepa nella facciata delle Nazioni Unite, ogni tentativo disperato di usare il proprio ruolo per salvare chi ama. La regia tiene la tensione a livelli insostenibili senza mai cedere al sensazionalismo, documentando con rigore quasi fisico la burocrazia dell'orrore.
Candidato all'Oscar come miglior film internazionale, il film è un atto di testimonianza necessario: restituisce nomi e volti a una tragedia europea recente che troppo spesso resta una cifra sui libri di storia. Guardarlo significa stare dalla parte di chi ha visto tutto e non ha potuto fare abbastanza.