Luchino Visconti trasforma il melodramma familiare in un affresco sociale spietato, seguendo una famiglia lucana che cerca fortuna nella Milano industriale degli anni Cinquanta. Il film si muove tra neorealismo e tragedia greca, dividendosi in cinque capitoli — uno per ciascun fratello — che compongono un mosaico di speranze infrante, solidarietà e violenza. La fotografia in bianco e nero di Giuseppe Rotunno scolpisce volti e corpi come statue, mentre la regia orchestra momenti di rara intensità emotiva: gli incontri di boxe, le umiliazioni, la scena finale sul Naviglio restano impresse come ferite.
Alain Delon è Rocco, il fratello buono fino all'autodistruzione, con quella bellezza quasi dolorosa che Visconti sapeva usare per raccontare la purezza impossibile. Annie Girardot e Renato Salvatori incarnano con ferocia la passione tossica tra Nadia e Simone, un legame che divora tutto intorno. Katina Paxinou, nel ruolo della madre, porta in scena un matriarcato arcaico, fuori tempo in una città che non perdona.
Il film vinse il Leone d'Oro Speciale a Venezia e segnò una svolta nel cinema italiano, influenzando generazioni di registi. Non è solo un ritratto dell'immigrazione interna o del boom economico: è un dramma sulla famiglia come trappola, sull'amore come condanna, sulla modernità che pretende sacrifici impossibili. Visconti ti trascina in un vortice da cui esci scosso, con la sensazione di aver assistito a qualcosa di necessario e insostenibile insieme.