Paul Thomas Anderson costruisce un ritratto crudele e ipnotico dell'America del dopoguerra, dove i reduci cercano un approdo e dove chi promette salvezza trova terreno fertile. Il film non giudica, osserva: Joaquin Phoenix incarna un Freddie Quell devastato e ferale, incapace di tornare umano dopo la guerra, mentre Philip Seymour Hoffman (Lancaster Dodd) oppone a quella violenza primordiale un carisma magnetico e ambiguo. La tensione tra questi due uomini — uno che cerca una guida, l'altro che improvvisa una dottrina — è il cuore pulsante del racconto.
La fotografia in 70mm di Mihai Mălaimare Jr. restituisce ogni dettaglio con una chiarezza perturbante: i volti sembrano sculture, gli sguardi rivelano abissi. Anderson non cerca risposte facili: il Cause (evidente richiamo a Scientology) è mostrato senza esplicite condanne ma senza illusioni, e Freddie resta un enigma doloroso fino all'ultimo fotogramma.
Tre nomination agli Oscar (Attore protagonista per Phoenix, Attore non protagonista per Hoffman, Sceneggiatura originale) hanno sancito la portata di un'opera che divide ma non lascia indifferenti. È cinema che sfida, che chiede attenzione, che non cerca di piacere: e proprio per questo merita di essere visto.